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Ciò che esiste è acquistabile e vendibile: tale è la cinica ontologia che costituisce il palcoscenico sul quale gli esseri umani si sentono, fin da troppo tempo, attori vincolati al copione assegnato.

Indipendentemente dalle condizioni storiche che l’hanno concepito nonché permesso, il capitalismo non è più un sistema economico, bensì una condizione: in accordo con lo sguardo acuto di Guy Debord, tutto si è fatto merce, persino quanto di più vicino potesse esserci all’essenza dell’uomo, ovvero il tempo, che, non a caso, è protagonista del gettonato proverbio che lo associa al denaro.

La dilaniante follia del genere umano che alimenta con vigore le pagine di attualità e cronaca nera sembra essere espressione di un disperato grido di aiuto che gli attori della vita rivolgono ai propri spettatori: la necessità di fermare lo spettacolo. Peccato che ciò sia impossibile, poiché gli attori sono anche spettatori, come previsto dallo “spettacolarizzante” capitalismo. Al fine di rendere più chiaro un simile concetto all’apparenza fin troppo pessimistico, non si ritiene poi così anacronistico il richiamo alla comunicazione visiva concessaci sette anni fa, ad oggi più attuale che mai.

Uscito nelle sale nel 2012, Cosmopolis è un lungometraggio freddo, rigido, potente nei dialoghi e quasi privo di empatia, mostrandosi un degno film di David Cronenberg. La pellicola deve la sua nascita tanto all’indiscusso genio del suo regista quanto all’omonimo libro di Don DeLillo, nonostante la versione cinematografica si carichi di argomentazioni visive che le permettono di ringraziare sì la creazione letteraria, ma anche di poter muovere dei passi in avanti in completa autonomia.

La storia consiste nella narrazione del dramma del ricchissimo Eric Packer, il quale decide di sfuggire alla monotonia di cui si sente, all’improvviso, vittima andando incontro alla propria stessa morte, pur di programmare qualcosa che si muova contro la corrente imposta da uno schema prefissato; la scelta di Cronenberg, in particolare, si concretizza in un’apparente antropomorfizzazione del sistema economico, mettendo in scena, attraverso la vicenda del protagonista, niente meno che il dramma del capitalismo. Conseguenza di ciò è il riconoscimento, negli incontri che Eric affronta nell’arco della giornata, di una resa dei conti del capitalismo con la realtà che lo ospita solo per essere digerita dal sistema stesso.

Attraverso una notevole sensazione di claustrofobia nonché estraniamento ottenuta grazie alla scelta di ambientare la maggior parte del film all’interno di una cupa limousine, il protagonista/capitalismo inizia la sua serie di incontri con le parti del reale: la tecnologia, rappresentata da un ragazzo preso solo dai suoi “giocattoli”; larte, presentata dalla figura di una consulente che cede il suo corpo a Eric con estrema facilità, mostrando lo status odierno dell’arte che si fa spesso e volentieri prostituta delle leggi di mercato (non è un caso che Eric, in occasione della conversazione, ribadisca spesso come tutto sia acquistabile: basta alzare la cifra offerta); la letteratura, ossia la moglie di Eric, con la quale l’uomo non riuscirà a ottenere nient’altro che incapacità di comunicazione, oltre all’accusa di non “sentire gli odori”; la musica commerciale, tramite la quale viene riscoperta nella morte di un famoso rapper quella fine alla quale nessuno può sfuggire per sempre ma che, in ogni caso, si fa oggetto di commercializzazione; la filosofia, o probabilmente il pensiero critico in generale, nelle sembianze di una consulente di teoria che ci regala una magnifica conversazione circa il tempo e la rivendicazione del presente da parte delle persone, sempre più alienate in un nuovo mondo che va oltre anche il nichilismo.

Lo stesso finale del film rappresenta proprio l’essenza del capitalismo: esso ha il potere di inglobare nella sua fitta rete vitale anche il nemico stesso, poiché ha proprio bisogno dei manifestanti, dei poveri (i quali credono di identificare il proprio nemico nella ricchezza, semplicemente illudendosi) e dei deboli “vendicatori” verso il potente di turno per esistere e continuare a persistere nel suo ciclo perpetuo.

Solo una cosa può terrorizzare il capitalismo: l’anomalia, rappresentata nella persona di Eric dall’asimmetria della sua prostata. Non è un caso che la più volte citata frase «lasciamo che si esprima» da parte del medico di fronte alla perplessità di Eric quasi tranquillizzi quest’ultimo nel libro ma non nel film, dove invece appare visibilmente terrorizzato da una possibile non-previsione.

Probabilmente è questo ciò che, oggi, gli esseri umani cercano con disperazione: l’anomalia. Una qualunque motivazione per eliminare il destino di schiantarsi verso un futuro fissato e fin troppo prevedibile, un qualsiasi mezzo per smettere di indossare una maschera.

Ci si chiede, però, quanto siffatta pretesa sia essa stessa parte del copione.

Sonia Malvica

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