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La Rivoluzione russa, svoltasi nel XX secolo, il cui apice si colloca nel 1917, è un periodo storico che merita di essere ricordato, poiché rappresenta il più violento, traumatico e imprevisto sconvolgimento politico e sociale provocato dalla Prima Guerra Mondiale negli assetti europei postbellici.

Si pone subito in evidenza come il Leninismo e il Wilsonismo originano l’instabilità del XX secolo.

La visione del nuovo ordine mondiale dopo la Grande Guerra elaborata da Vladimir Lenin, rivoluzionario, politico prima russo e poi sovietico, è in netta contraddizione con quella di Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti.

La differente visione nasce dalla cosiddetta “svolta del 17”: la Rivoluzione in Russia che vede uno sciopero generale degli operai di Pietrogrado trasformarsi in un’imponente manifestazione politica contro il regime dello zar Nicola II; i soldati che anziché stabilire l'ordine fraternizzano con i dimostranti; lo zar che abdica e subito dopo viene arrestato con l'intera famiglia reale; tutto ciò conduce all’avvio del collasso militare della Russia.

Gli Stati Uniti, infatti, entrano in guerra contro la Germania e incidono sul piano militare ed economico, tanto da compensare il gravissimo colpo subito dall’Intesa con l'uscita di scena della Russia. Perciò, sono due Grandi Stati ad assumersi il compito non solo di salvare l’Europa da se stessa, ma di salvare il resto del mondo dall’Europa.

Lenin si esprime come socialista rivoluzionario,promuovendo una campagna finalizzata alla trasformazione della Prima Guerra Mondiale in una rivoluzione proletaria a livello europeo, sulla scia del marxismo, mirante alla sostituzione del capitalismo con il socialismo. In seguito alla Rivoluzione d’ottobre, un’insurrezione guidata dai bolscevichi che sostituisce il governo provvisorio, egli presiede il governo rivoluzionario che è pronto a chiudere la guerra e ad accettare una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità; è il Trattato di pace di Brest-Litovsk con gli imperi centrali: se da un lato Lenin accetta le durissime condizioni imposte dalla Germania (la perdita di circa un quarto dei suoi territori europei), dall'altro riesce a salvare il nuovo Stato socialista e a dimostrare al mondo che la trasformazione della guerra imperialistica in rivoluzione è realizzabile, anche se ad un altissimo prezzo.

È il momento in cui Lenin definisce il capitalismo come sistema integrato segnato dalla continua ricerca di mercati, risorse strategiche e spazi geopolitici imperialisti: “Essere contro la guerra è essere contro il capitalismo imperialista” ed un pacifista rivoluzionario.

Gli Stati dell’Intesa, in risposta alla sfida di Lenin e per evitare il diffondersi del “disfattismo rivoluzionario “, accentuano il carattere ideologico della guerra, vista sempre più come una crociata della democrazia contro l’autoritarismo, come la difesa della libertà dei popoli contro i disegni egemonici dell’imperialismo tedesco.

Autorevole interprete di questa concezione di guerra è l’alleato Wilson. Quale presidente degli Stati Uniti, non intende combattere per particolari rivendicazioni territoriali, ma solo per ristabilire la libertà dei mari violata dei tedeschi e per instaurare quell'ordine internazionale basato sulla pace e sull'accordo fra i popoli liberi. Importante è l'attenzione di Wilson alla questione coloniale con la proposta di una soluzione libera, aperta, assolutamente imparziale basata sull’osservanza del principio di sovranità e di interesse delle popolazioni e delle richieste dei governi integrati: così Wilson sembra mettere sullo stesso piano i benefici delle popolazioni oppresse e gli interessi dei governi coloniali.

Ma l’11 febbraio 1918 nell'ultimo discorso dei quattro punti, contrariamente, afferma che le ispirazioni nazionali devono essere rispettate e i popoli devono essere dominati secondo il loro consenso. Si orienta quindi verso il concetto dell'autodeterminazione dei popoli in senso internazionale anche se basato su forme democratiche di governo e sulla sovranità popolare che lo differenzia sostanzialmente da Lenin per la sua visione di autodeterminazione in senso etnico nazionale, quale principio rivoluzionario per distruggere gli imperi multietnici reazionari europei e gli imperi coloniali europei per ricostruire dal basso l'ordine internazionale.

Una differenza poco percepita dai contemporanei in quanto il mondo di quel tempo, essendo in guerra, veniva informato sia attraverso gli imperi coloniali sia attraverso le società di stampa inglese, francese e americana. Si capisce che questo tipo di informazione veicolava più le idee di Wilson che quelle del bolscevismo, quest’ultimo contrassegnato dalla guerra civile e da una Russia sovietica fuori dall’internazionale.

Per tutto ciò è Wilson e non Lenin che assume la figura di leader indiscusso delle relazioni internazionali per l'affermarsi degli Stati Uniti come prima potenza economica mondiale, quindi alla conferenza di pace di Versailles detta le proprie ragioni.

La realizzazione del programma wilsoniano, però, si rivelò assai problematica per la presenza dei gruppi etnici europei spesso intrecciati fra loro, rendendo difficile l'applicazione dei principi di nazionalità e di autodeterminazione. Tanto è vero che non verranno soddisfatte le richieste dei popoli dell’ex Impero Ottomano e il principio dell’autodeterminazione, che esclude i popoli curdi e armeni poiché sottoposti al controllo degli Stati europei con il sistema dei mandati, verrà applicato solo ai popoli dell'Europa orientale e dell'Impero austro-ungarico.

Wilson e Lenin in comune hanno pochissimo, quasi nulla, ma sono entrambi rivoluzionari nel campo della diplomazia e delle geopolitiche in quanto gettano le basi per l'affermazione dei principi dell’autodeterminazione dei popoli e della diplomazia aperta, che caratterizza il Novecento.

L’instabilità del mondo contemporaneo sembra affondare le sue radici proprio nelle problematiche emerse nel descritto momento storico. La mancanza di libertà di pensiero e di parola imposta alle etnie minori si esprimono oggi nella persecuzione, nel carcere o addirittura nell’eliminazione di giornalisti e inviati speciali che ricercano quelle verità politiche, sociali, economiche, razziali, religiose e culturali che devono rimanere sconosciute. Le etnie europee e mondiali notevolmente in aumento per povertà, fame, guerre, violenze di ogni genere stanno distruggendo le relazioni civili tra i popoli. La diplomazia aperta mai realizzata, oggi proclama scandali che coinvolgono i “grandi della terra” e avviano conflitti sempre più complessi. Il disarmo dei vinti, è divenuto oggi disarmo nucleare, base di gravi e incomprensibili politiche di poteri. I finanziamenti alle milizie del “terrore” e il riciclaggio di denaro sporco pongono ieri come oggi sempre nuovi e inquietanti interrogativi sul nostro futuro. Finirà mai la prevaricazione del potente sul debole?

Giuliana Receputo

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