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Nell’era dei social network e dell’informazione frammentata e velocissima, abbiamo imparato a comunicare attraverso sistemi di connessione “always on” e abbiamo disimparato ad aspettare.

Questo fa di noi dei clienti particolarmente esigenti per colpa (o merito) della nostra nuova percezione del tempo, radicalmente mutato rispetto al passato proprio con l’avvento della rete e, in ultima istanza, degli strumenti comunicativi contemporanei.

La tecnologia, nonostante i diversi vantaggi, genera la contrazione del nostro modo di concepire lo spazio e il tempo, uccidendo sempre più la nostra capacità di attesa e orientandoci edonisticamente verso il nostro presente, in cerca di gratificazione istantanea.

I mezzi di comunicazione, dunque, ci privano della solitudine perché “l’altro” è sempre virtualmente presente, ma allo stesso tempo ci isolano dai nostri affetti.

È come se fossimo costantemente accompagnati da una nuvola di contatti, informazioni e simboli in grado di integrare e aumentare la nostra identità personale.

Siamo sempre “always on” con qualcuno ma mai in modo completo; difatti una parte di noi sfugge dal luogo e dal contesto fisico in cui si trova, sdoppiando la propria identità.

Così facendo, le tecnologie di comunicazione formano un vero e proprio ecosistema dove noi esseri umani, attraverso il “sovraccarico cognitivo” (cioè l’esposizione a quantità enormi di informazioni), non riusciamo a metabolizzare tutto quello che si presenta davanti ai nostri occhi e finiamo, inevitabilmente, a vivere una vita di sole compresenze ma quasi mai una vita di legami basati sulla reciprocità e sulla coesistenza.

Diventiamo, in questo modo, protagonisti, per lo più inconsci, di un profondo mutamento antropologico e culturale che sta determinando il declino dell’individuo borghese.

Nel corso di questo adattamento possono così affiorare stati di disagio, sintomi di spaesamento e anche forme di dipendenza, così come di piacere e di estasi.

Alcuni indizi significativi che testimoniano tale condizione sono, per esempio, il controllo in modo spasmodico ed eccessivo dei messaggi o della posta elettronica, per cercare di “esserci” sempre e non interrompere nessun rapporto comunicativo. A questo punto, il massimo della interattività viene a coincidere col massimo della passività.

Il piacere, quindi, si trasforma in frustrazione e ansia qualora ci disconnettiamo e ci allontaniamo dai media. In tal caso, è necessario scindere (o quasi) i due tipi di relazione: virtuale e reale.

Bisogna capire che è importante seguire il progresso ai fini conoscitivi e di crescita del quoziente intellettivo ma, allo stesso tempo, bisogna prenderne la giusta distanza… quella stessa distanza che ci permette di respirare non solo informazioni mediatiche davanti ad uno schermo colorato, ma anche aria di vita realmente vissuta, di mare, di montagna, di sguardi reciproci e di lunghe passeggiate in buona compagnia!

Federica Maria Sportelli

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