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Persona 2

È difficile liberarsi di convinzioni forti nel tempo, soprattutto quando a farne le spese potrebbe essere il nostro forte diritto all’individualità. In una società di massa come quella odierna, i cui valori sembrano crescere forti in un terreno ricco dei semi dell’omogeneizzazione, si sente sempre di più l’esigenza di andare controcorrente, manifestando la necessità di gridare ad alta voce: io sono unico.

La letteratura in ambito sociologico circa siffatta situazione è sicuramente eterogenea e corposa, così come si è certamente ricorso a diverse forme di comunicazione per mettere alla luce assunzioni di tale portata, chiedendo aiuto (paradossalmente, in un certo senso) proprio a quegli stessi media che hanno deciso di mettere da parte la differenziazione.

Eppure c’è un ulteriore segnale di quanto finora espresso che, calato in quanto di più vicino al senso comune possa intendersi, probabilmente tende a passare inosservato: trattasi di una sorta di tabù, qualcosa che non può essere tirato in ballo, pena l’accusa di maleducazione e poca sensibilità, tutte scuse per rigettare nell’ombra un dialogo che non vede l’accettazione da parte dell’interlocutore. Se è vero, infatti, che ci si può spesso permettere, scherzosamente e in determinati contesti, di chiedere a un amico sbadato se soffra di qualche problema fisico (a volte anche parecchio grave), mai sembra essere lecito scherzare con la malattia mentale: se qualcuno non riesce a fare momentaneamente un facile calcolo, non si potrà mai scherzare sulla sua salute mentale, a meno che non si abbia voglia di litigare. Se si vuole offendere una persona, le si può tranquillamente dire che è “pazza”, e il gioco è fatto.

Sembra che, sostanzialmente, con la mente non si possa peccare di leggerezza, mai. Ciò nasconde una tendenza per niente banale, se si pensa che una malattia mentale, in effetti, è tale se a carico del sistema nervoso centrale o, più comunemente parlando, il cervello. Il cervello è, ovviamente, parte del corpo: perché, allora, non si manifesta la stessa dose di sensibilità nei confronti di battute dirette al nostro cervello o, per esempio, al nostro stomaco?

Evidentemente, per le persone la mente cela qualcos’altro che va oltre la corporeità. Evidentemente, nonostante i diversi secoli trascorsi e i relativi risultati ottenuti, inconsapevolmente non siamo riusciti a liberarci del tutto del dualismo mente-corpo.

Come perfettamente spiegato da Michele Di Francesco (nella sua Introduzione alla filosofia della mente), il dualismo cartesiano è in parte il risultato di una tradizione più antica, testimonianza della necessità di separare il corpo dall’anima: in tale senso, va certamente ricordato Platone, ma ancora di più Agostino, che per primo sigillò l’essenza incorporea dell’uomo all’interno dello stesso, definendo così le fondamenta per un’introspezione che, nei secoli, si farà notare sempre con prepotenza, sganciandosi da qualsivoglia richiamo religioso. Cartesio, più che di anima, parlò di una res che, per la sua natura, non si addiceva alle leggi della scienza moderna, avendo quest’ultima pretese di quantificazione che sembravano volere eliminare una volta per tutte l’imprescindibile soggettività dell’individuo; in pratica, Cartesio gettò le basi per il lunghissimo conflitto tra il corpo e la mente. Ecco in cosa consiste, in poche parole, il dualismo: la nostra mente non ha nulla a che fare con il nostro corpo.

Ovviamente, nel tempo non sono mancati i tentativi di porre fine a questa guerra, soprattutto quando si sentì l’esigenza di regalare alla psicologia una connotazione scientifica: per fare ciò, era indispensabile fare anche della mente un oggetto di studio della scienza, senza proteggerla dietro il forte scudo dell’introspezione, immune alle leggi della fisica, e ciò si è tradotto in diversi approcci, come il comportamentismo, la teoria dell’identità, il funzionalismo e via dicendo, tutte scelte con conclusioni diverse ma con la stessa premessa di fare uscire allo scoperto la mente una volta per tutte; con i più recenti progressi in ambito psicobiologico e neuroscientifico, inoltre, si è finalmente liberato il cervello dallo status di scatola nera per farne, invece, la vera base di quella misteriosa mente che non è mai riuscita a mettere definitivamente tutti d’accordo. Ancora oggi, nonostante l’intelligenza artificiale si stia muovendo sempre di più lungo la strada della computerizzazione dei processi mentali/cerebrali, si continua a parlare di coscienza fenomenica quale emblema di quella soggettività nonché esperienza in prima persona che non può ridursi a una spiegazione scientifica unificante.

Nonostante approcci come la cognizione incarnata siano oggi paladini di una mente che non può essere separata dal corpo, il nostro linguaggio comune manifesta spesso una tendenza a tornare sostenitori delle conclusioni di Cartesio, affidando alla mente il ruolo di una sostanza ben diversa da quella corporea, e per questo mai del tutto accessibile. È evidente, in tutto questo, il bisogno di stringere qualcosa di estremamente personale e individuale, ciò che più è in grado di garantire quel tocco di “intimità” che non è disponibile allo sguardo del mondo esterno, sguardo al quale il corpo si presta invece continuamente, accusando spesso anche duri colpi; la mente, però, non si tocca. E non ci si scherza sopra, perché non è lecito indagarla.

Dopotutto, come Cartesio, siamo figli del nostro tempo: se il filosofo dell’epoca moderna cercava di difendersi dalle allora sconcertanti pretese della scienza nascente, noi oggi ci prepariamo alla lotta contro “invadenti osservatori” che pretenderebbero di stabilire delle leggi anche per le nostre più intime emozioni, riscoprendoci di conseguenza spaventati dalle scelte del riduzionismo.

Probabilmente, non siamo ancora pronti per accettarci come un unico e fantastico sistema cognitivo.

Sonia Malvica

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